il basso continuo nella musica italiana da camera del xvii e xviii secolo (parte terza)

Come riporta il Burney nella sua Storia generale della musica, scritta sul finire del settecento, Francesco Veracini in occasione della Festa della Croce partecipò a Lucca ad un concerto solistico, “ma venuto nel coro per prendere il posto principale, trovò che era già occupato dal padre Laurenti di Bologna; costui, non avendolo riconosciuto, chiese chi fosse e Veracini rispose che era venuto per il posto di primo violino”. Laurenti replicò che era stato ingaggiato lui per quell’incarico e comunque lo avrebbe lasciato suonare, se avesse voluto, ma ai vespri… “Veracini si allontanò con grande disappunto e indignazione occupando il posto più basso dell’orchestra. Nella parte de! servizio in cui Laurenti eseguiva il suo concerto, Veracini non suonò una sola nota, ma ascoltò con grande attenzione”. Ed essendo stato chiamato successiva­mente per suonare un pezzo a solo “desiderò che Lanzetti, violoncellista di Torino, lo accompagnasse”. Il pubblico della chiesa, dopo aver sentito questa esecuzione, gridò “e viva!”. Veracini si voltò verso Laurenti ed esclamò: “Così si suona per fare il primo violino”. Tale era il Modo di eseguire un duo a violino e violoncello.

Sempre Burney nella sua Storia racconta un aneddoto riguardante Arcangelo Corelli. che un amico degno di fede, “Molto preciso e intelligente”, aveva raccolto: “Quando Corelli era al massimo del prestigio, la notizia della sua fama giunse alla corte di Napoli e il re desiderò ascoltarlo; per ordine di Sua Maestà fu invitato a presentarsi. Malgra­do la sua riluttanza, finì per accettare: ma per la paura di essere accompagnato male portò con sé il proprio secondo violino e anche il suo violoncellista”. L’organico, in tale circostanza, è quello del trio d’archi senza clavicembalo. I problemi che riguardano la strumentazione nella musica da camera di Corelli sono stati assai dibattuti e non ancora risolti. Il repertorio cameristico non si distingue solo per i termini “da camera” e “da chiesa”, ma anche per l’uso facoltativo o obbligatorio del basso continuo.

Nelle prime edizioni le opere I e III hanno il titolo Sonate a tre, doi violini, e violone, o arcileuto, col basso per l’organo. Lo strumento del continuo nelle Sonate da chiesa parrebbe quindi obbligatorio, ma non è chiaro se aggiunto alla parte melodica del basso o in alternativa. Il gusto per la realizzazione delle armonie sull’organo, nella musica da chiesa, conferma quanto dice il Burney nel Viaggio musicale: “In Italia si usa poco il clavicembalo … quanto all’orga­no, invece l’ho ascoltato spesso suonato con grande perizia e vivacità. … I migliori organisti di S. Marco a Venezia, del Duomo di Firenze e di S.Giovanni in Laterano a Roma … sono assai superiori nelle loro esecuzioni alla maggior parte degli altri organisti che ho incontrato sul continente”. L’opera II e la IV di Corelli sono Sonate da camera “per due violini, violone o cimbalo” e in tutte si può tralasciare lo strumento del continuo. Anzi, nelle edizioni originali le opere I e III hanno ciascuna quattro parti separate, con parte singola per il violone e per l’organo. Invece la II e la IV hanno tre sole parti e su una è scritto “violone o cembalo”. Anche le sonate in duo dell’opera V, edita in un unico volume, sono per due esecutori.